L’assenzio. Racconto horror grottesco

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L’horror è un genere che mi è sempre piaciuto e mi riprometto di esplorare meglio in futuro, magari addirittura scrivere un romanzo. Nel frattempo, pubblico questo racconto, a 4 anni dalla pubblicazione. Spero vi piaccia e sia d’intrattenimento in queste giornate di quarantena.

 

 

L’ASSENZIO

di Luca Serra

Rientrai dal bagno barcollando, strisciando lungo le mura di quella bettola dove noi beoni affogavamo le fibre nell’ipnotico succo alcolico, frutto della vite. Quasi ribaltai la schiena all’indietro, sedendomi sulla panca ruvida e lurida, impregnata di chianti. L’otre davanti a me ospitava ormai meno di mezzo litro. Sbirciai dentro. Un cerchio rosso dai contorni sfocati. La mia testa appannata, ingombrante come una zavorra, mi parve cedere verso terra ma in un secondo rizzai la schiena e rimasi in piedi, in semi equilibrio. Guardai l’otre, lo ghermii con entrambe le braccia e ne bevvi gorgogliando e sbrodolandomi la maglia di lana, con la furia di un lupo famelico. Lo posai e mi parve incredibile scorgere il suo fondo vuoto, appianato. Meravigliato mi sedetti sulla panca umida, rovinando con il sedere, e fu in quel momento che mi accorsi di aver smarrito la vista del Taddei. Dove era sparito?

Attorno a me solo rumori di baldoria, schiamazzi informi nelle mie orecchie, informi come i volti degli altri beoni che fluttuavano rumoreggiando sotto la luce pallida della lanterna di quella bettola. E il Leonardo, padrone della locanda, chi lo aveva visto più? Forse dietro al bancone, anche lui si era sbronzato senza vergogna, lasciando scorrere nel corpo fiumi di liquido rosso mischiato ad altre diaboliche pozioni. Come l’assenzio. Il Taddei l’aveva sorseggiato dal bicchiere di vetro, era l’ultimo ricordo che avevo di quel disgraziato ruba denari. Mi venne in mente di andare a cercarlo.

Mi alzai dalla panca, strisciai le suole delle ciabatte sul pavimento fresco e grezzo. Passai tra due tavoli colmi di ubriaconi vestiti di stracci. Alcuni erano assopiti, curvi, con le braccia sotto la testa, altri facevano chiasso e schizzavano litri di vino da ogni parte.

Cercai appiglio a destra e sinistra ma mi sembrò di ingarbugliare le gambe come le corde di una bagnarola e, come se niente fosse, ruzzolai a terra. Schiaffeggiai la faccia contro il terreno sudicio, mi rigirai su me stesso come un pesce dentro la rete e lo sguardo mi terminò in un angolo buio del locale.

Era il punto in cui si incontravano due mura. Nella penombra vedevo qualcosa muoversi affannosamente. Mi domandai cosa fosse, non curante d’essere ancora steso a pancia in su, accerchiato dalle gambe delle persone sedute. Era una bestia o una diavoleria di qualche beone? Mi sembrava una sorta di aggeggio meccanico ma la vista bisticciava col mio cervello intorpidito dal succo alcolico che schiumava ormai da ore nelle mie membra. Voltandomi su un fianco rantolai a terra cercando di avvicinarmi a quell’angolo nero, che ora appariva per quello che era in realtà. La coincidenza tra il muro del salone e le scale che portavano di sopra, alla camera del proprietario.

Mi alzai sulle ginocchia e un cialtrone mi chiese qualcosa, frapponendo la sua faccia sudata tra la mia e l’angolo buio, che era la cosa che inspiegabilmente mi interessava di più, oltre a scoprire dove si era nascosto il Taddei. Giurai che si trovasse a bere qualche porcheria nel retro bottega e ad arraffare gli spiccioli del Leonardo, distratto dalla caciara o forse anch’esso stordito dall’alcol.

Scacciai il cialtrone dalla mia vista e mi alzai per camminare verso le scale. Più mi avvicinavo, più l’angolo di muro assumeva forme disumane; qualcosa nell’ombra si accartocciava su se stesso, viscido e contorto. Non era un marchingegno meccanico. Era un polpo che ondeggiava i suoi tentacoli su quel muro screpolato, senza intonaco. Era a mezza altezza, grande più di un ombrello aperto. La penombra non mi permetteva di distinguere bene il suo colore ma mi parve viola, sanguigno, spruzzato da macchie nere, piccole macchie che forse erano solo ombre. La bestia ruotò sul muro agitando i tentacoli senza criterio, ora mi sembravano sempre di più, e molto vigorosi. La testa, rotonda come un cacio, pulsava e si sgonfiava a ripetizione col passare dei secondi. Sembrò intento a succhiare il muro secco e all’improvviso, quando fui più vicino, sparì.

Colmo di terrore mi allontanai, ma subito dopo, guidato da qualche impulso scellerato mi avvicinai al muro e lo accarezzai. Mi rimase in mano polvere di granito vecchio cent’anni e guardai le dita sporche di gesso bianco con incredulità. La mano si muoveva frenetica davanti a me benché cercassi di tenerla ferma, e mi parve di avere sette dita. Guardai altrove ma non c’era traccia dell’animale e tutto pareva consuetudine, con i beoni che saccheggiavano otri pieni di chianti, in quantità così abbondante da far invidia alla Maremma intera.

Appoggiai la schiena al muro, lì a fianco delle scale. La lasciai scivolare verso il basso, come un peso morto. Mi sedetti a terra di botto e il contraccolpo mi fece prendere una cozzata contro il muro, che mi rintontì ancor più di come aveva fatto il vino fino ad allora.

Mi svegliai dopo qualche secondo ma mi pareva trascorsa un’ora intera, dunque non ero più sicuro del tempo. Un dolore lancinante alla nuca mi tormentava e, come non bastasse, sentii la gola secca brulicare di fiamme e per la prima volta mi venne da sospettare che nell’ultimo otre dal quale avevo attinto, ci fosse vino mescolato ad assenzio.

Rotolai verso le scale e tastai il primo gradino con le mani, mi parve scottare come carbone poi diventare brina, in un processo così rapido da essere fuori dalla realtà naturale. Bramavo dentro di me l’idea di salire le scale e forse trovare quel balordo del Taddei. La rampa di scale si ergeva rude di fronte a me. Altissima, lassù, intravedevo una lanterna pallida ondeggiare appesa al muro con una catenella nera ricoperta di ruggine. Sentivo un odor di vino oltre modo aspro. Ancora una volta mi alzai in piedi, in quella sera scriteriata. Con il naso inspirai aria secca e all’improvviso percepii un odore denso rinsecchirsi nelle narici. Era inchiostro. Provai un brivido lungo il collo e fu in quel momento che immaginai di vedere la bestia.

Un tentacolo brandiva la lanterna luminosa in fondo alla gradinata.

Ora la copriva del tutto oscurandola. Palpitai dal terrore o forse solo per via dell’alcol maschino che mi sgorgava nel sangue. Dentro di me non era più vino, ma una forma inconsiderabile di liquido infernale che aveva ormai assunto le sembianze di un mostro, creatura generata da chissà quale abisso spaventoso.

Senza la luce ottenebrata dal tentacolo del polpo, era sparito anche il polpo stesso e ora mi ritrovavo a camminare come un cieco su per le scale, senza capire come scendere e come salire. Sudavo per il terrore e lo smarrimento in quell’angolo dimenticato. Mandai al diavolo quel bischero del Taddei e sperai che fosse maledetto per l’eternità. Desiderai essere di nuovo nel salone della locanda, a gozzovigliare insieme agli altri beoni, ma forse era un’idea folle, ormai avevo perso la lucidità nel valutare le cose. Desiderai aver dato retta a quel cialtrone che mi aveva bofonchiato qualcosa quando ero ruzzolato a terra, qualunque cosa avesse detto era meglio che star come uno stolto sulle scale tenebrose. Cercai di rammendare tutto quello che avevo compiuto quella sera, ma l’immagine visiva e la sensazione di perire avvinghiato nei tentacoli sprezzanti del polpo mi assillava come un tintinnio acuto dentro al cranio. Lo sentivo strisciare sui muri e sgretolarli dentro quell’ombra impenetrabile. Mi strinsi le mani al ventre e, quando rabbrividii lungo la schiena, ci fu luce all’improvviso.

Una fiammella debole nella lanterna. Mi ci volle qualche istante per abituare la vista spiritata al nuovo chiarore. Mi asciugai il sudore con un lembo della maglia di lana e corsi su macinando un gradino via l’altro ma una furia indefinita mi spinse di nuovo giù. Il sedere rotto contro il terreno, lanciai un urlo lacerante. Il Leonardo era sceso giù dai gradini come un forsennato imprecando il nome del Taddei. Brandiva un mattarello nel pugno e correva verso l’esterno della locanda. I capelli bianchi irti ai lati della testa pelata, fumante dalla rabbia.

Mi ritrovai sulle scale, accovacciato con la testa piegata all’interno e le gambe sottosopra, posizione tanto strana da non sapere come rialzarmi. Agitai le braccia e in qualche modo mi ricomposi.

Impacciato scalai i gradini ma quando fui a metà strada, le mura ai lati ondeggiarono e a un certo punto, mi sembrarono pronte a pestarmi come si fa con una bistecca. Trasalii dallo sgomento, mi rannicchiai a terra con la testa racchiusa nelle mani, i capelli grigi tra le dita. Cominciai a blaterare come uno fuori di senno. Ancora al diavolo quel ladro ingordo che era il Taddei.

Il vociare dei beoni si placò all’improvviso. Sbirciai con diffidenza davanti a me. Ero rimasto rannicchiato come un coniglio per chissà quanto tempo. La vista confusa. Mi rialzai e fu solo silenzio. Salii le scale, ma nemmeno potevo udire lo schiocco dei miei passi incerti. Raggiunsi la lanterna e ci girai attorno, come fosse una mostruosità aliena. Gocciolava d’inchiostro dai lati e la sua luce era imperniata di questo nero fluido maleodorante. Appiattito contro il muro, strisciai verso sinistra e vidi una porta spalancata dinanzi a me. Attraverso si scorgeva la camera da letto del Leonardo. Non ero mai stato lì. Con le orecchie tappate mi mossi come un uomo sospeso nel tempo, cui l’ambiente tutto attorno rimaneva immobile coperto dal suo manto di polvere.

La camera era illuminata da una fievole luce di candela poggiata su un comodino di legno. La cera era sciolta fino al terreno, sgocciolava come rovesciata da qualcuno. Attorno alla candela danzavano ombre lunghe, figure sinistre sembrarono arrampicarsi sulle pareti della stanza che si fece sempre più piccola. All’angolo destro mi comparve il letto e dalle lenzuola grigie sgualcite, sgusciò fuori qualche essere inumano. Troppo sgomento bruciava in me perché mi rendessi subito conto che si era trattato solo di una birboneria del vento. Una folata fredda mi giunse dalla finestra. Dapprima mi parve spalancata, poi avvicinandomi, vidi una spaccatura. Vetri rotti acuminati come pugnali giacevano a terra, volteggiavano moltiplicandosi davanti ai miei occhi.

Barcollai all’indietro preso da un impulso di pericolo e picchiai il sedere sul letto molliccio. Questo mi fece sobbalzare per qualche istante, poi restai immobile, seduto in avanti tutto ingobbito. Mi strinsi le braccia al petto per il gelo, ancora assordato immaginai nella mia testa il sibilo del vento entrare dalla finestra.

Con la coda dell’occhio fissai l’unica fonte di luce ancora viva. La candela era squagliata quasi del tutto e lo stoppino affogava nella cera come una nave a picco. Quel timido bagliore mostrava una sagoma nascosta dietro al comodino. Ispezionai meglio. Vidi un riflesso brillante sopra una superficie metallica. Socchiusi gli occhi. Colmo di terrore scorsi l’inchiostro della bestia colare giù dallo sportello di una cassaforte segreta. Era uno sportello d’acciaio, aperto quel tanto che basta da intrufolare una mano. La cassaforte era vuota, lurida di liquido nero palustre. Mi allontanai inorridito, cercai di rimettermi in piedi ma ebbi le vertigini e ruzzolai a terra stordito franando come ghiaia.

Scossi la testa qualche minuto dopo.

Ancora una volta mi pareva trascorsa un’epoca intera. Le orecchie si stapparono all’improvviso e fui sommerso dagli strilli e dalle grida scomposte degli ubriaconi al piano di sotto. Mi alzai. I muscoli rattrappiti, le ossa scricchiolanti. Muovendo il primo passo urtai un pezzo di metallo che scheggiò verso la porta. Lo vidi sbattere contro il muro e ruotare su se stesso, prima di fermarsi nella semi oscurità. Era un piede di porco, arrugginito e curvo. Fu allora che nella mia mente balenò un’idea quanto mai ovvia. Era tutta una meschineria del Taddei.

Rantolai fuori dalla camera da letto, corsi giù per le scale dando spallate al muro, ora a destra ora a sinistra, era l’unico modo per preservare l’equilibrio. Con affanno giunsi di nuovo al salone della locanda, qualche beone era andato via. Doveva esserci meno chiasso ma, nella mia testa, tutto quel vocio suonò ugualmente fastidioso.

A stento ritrovai il tavolo sul quale mi ero sbronzato insieme al Taddei. Guardai la sua caraffa di vino, ne stagnava dentro ancora una metà. Afferrai la caraffa, la odorai. Il naso precipitò dentro e in un baleno mi tremò il polso, lasciando cadere parte del vino a terra. Non percepii la minima traccia dell’odore acre dell’assenzio. Poco più in là, vi era il bicchiere di vetro per liquori. Era basso e scanalato lungo la circonferenza. Avevo visto con i miei occhi il Taddei che beveva da quei bordi, e che dio mi folgori se così non era. Sul vetro del bicchiere nemmeno un alone. Lo afferrai. Ficcai il naso all’interno. Niente di niente. Rimasi sbigottito per breve tempo, prima di lasciarmi sopraffare da una collera cieca. Ero stato ingannato come un bimbetto, schernito da quel farabutto miserabile che era il Taddei. Per tutta la sera aveva bevuto meno di mezzo litro di vino e sorseggiato solo un bicchiere d’acqua e menta, facendomi credere che bruciasse come il distillato del diavolo.

Stremato e furibondo mi sdraiai sulla panca di poco accostata al tavolo. Vidi vorticare il soffitto bianco e grezzo sopra di me, poi… il buio.

Quando mi svegliai le prime luci rosate dell’alba mi stavano colorando le guance colme di barba bruna. Ero sdraiato sulle fredde pietre della strada, appena fuori la locanda. Come spesso accadeva, a una certa ora, il Leonardo doveva avermi sbattuto fuori. Come me tanti altri ubriaconi. Levai il capo tutto intirizzito, puntai le braccia al terreno, una fiamma di dolore mi rampicò fin sulla spalla. Lividi ovunque. Una volta in piedi appoggiai una mano al muro e rifiatai. Fu solo in quel momento che riordinai la memoria della sera precedente.

Con un inganno il Taddei era rimasto sobrio. Per far sì che non lo intralciassi nelle sue vili manovre da ruba denari, mi aveva fatto naufragare nell’oblio dell’alcol grazie all’assenzio. Quando mi aveva visto andare in bagno, si era mosso alla svelta facendo correre i suoi tentacoli su, fino alla stanza del Leonardo. Approfittando del chiasso assordante dei beoni aveva spostato il comodino e scassinato con il piede di porco, nascosto chissà dove, la cassaforte segreta. Vi aveva frugato dentro e viscidamente aveva intascato i quattrini, o qualunque prezioso vi fosse. Sempre col piede di porco aveva fracassato la finestra, e si era apprestato a fare un bel salto giù verso la strada, sperando di atterrare in modo elegante, come i gatti. Quando in preda alla follia, ero arrivato alla camera da letto, tutto era già stato compiuto.

Per me quello fu l’ultimo giorno in cui vidi il Taddei. Per molto tempo lo immaginai sperperare le ricchezze rubate, in qualche luogo indefinito, lontano dalla Toscana. Fantasticai sul suo ghigno beffardo, orgoglioso delle sue malefatte. Per molto tempo, rimembrando l’inganno di quella sera, la collera mi oscurò i sensi e mi spinse a odiare quel lercio criminale.

Ancora oggi a volte gli sbraito contro la mia frustrazione. Per ogni denaro sottratto, per ogni manovra dei suoi tentacoli… che sia maledetto!

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