Il dialogo perfetto? Trucchi e suggerimenti per scrittori esordienti.

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Qualche settimana fa ho parlato di Stoner di John Williams (post qui)  vorrei riprendere in mano il romanzo per analizzare un esempio di dialogo che trovo impeccabile. Cosa rende un dialogo avvincente e intrigante? Proviamo a scoprirlo analizzando questo passaggio.

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I tre – Stoner, Masters e Finch – presero l’abitudine di incontrarsi ogni venerdì pomeriggio in un piccolo bar giù in città, dove bevevano grandi boccali di birra restando a chiacchierare fino a tardi. Anche se quelle serate erano il suo unico svago sociale, Stoner si interrogava spesso sulla natura della loro relazione. Pur andando d’accordo, non erano diventati intimi; non entravano mai in confidenza e raramente si vedevano durante il resto della settimana.

Nessuno di loro, comunque, sollevava mai il problema. Stoner sapeva che Gordon Finch non ci aveva neanche pensato, ma sospettava che David Masters l’avesse fatto. Una volta, di sera tardi, mentre sedevano a un tavolo in fondo nella penombra di una saletta del bar, parlando dello studio e dell’insegnamento con l’ironia un po’ rigida delle persone seriose, Masters alzò un uovo sodo dal buffet come se fosse una sfera di cristallo e disse: «Signori, avete mai riflettuto sulla vera natura dell’università? Mr Stoner? Mr Finch?».

1 – muovere il personaggio prima, durante, o dopo le parole è fondamentale: racconta la sua personalità. In questa frase scopriamo subito che Masters è un personaggio un po’ teatrale ed eccentrico, e ama mettere alla prova, intellettualmente, i suoi compagni. L’uso del titolo “Mr” inoltra, rivelala sua natura un po’ canzonatrice. Quindi, in queste due frasi abbiamo tutto: gesto, tono, stile. E subito ci facciamo un’idea del personaggio.

I due sorrisero e scossero la testa.

«Scommetto di no. Il qui presente Stoner, immagino, la vede come un grande deposito, come una biblioteca o un magazzino, dove gli uomini entrano di loro spontanea volontà e scelgono ciò che li rende completi, dove tutti lavorano insieme come le api in un alveare. La Verità, il Bene, il Bello. Sono appena dietro l’angolo, nel corridoio accanto; sono nel prossimo libro, quello che non hai ancora letto, o sullo scaffale più in alto, dove non sei ancora arrivato. Ma un giorno ci arriverai. E quando succederà… quando succederà…». Contemplò l’uovo ancora per un istante, poi gli diede un gran morso e lo passò a Stoner, con le mandibole all’opera e un lampo negli occhi scuri.

2 – Di nuovo, il personaggio guida la conversazione con un gesto teatrale. Abbiamo la sensazione che voglia dirigere la conversazione ed esprimere un concetto.

Stoner sorrise, un po’ a disagio, mentre Finch fece una gran risata battendo la mano sul tavolo. «Ti ha beccato, Bill. Ci ha visto giusto».

Masters masticò ancora per un istante, deglutì e posò lo sguardo su Finch. «E tu Finch, cosa pensi?». Alzò una mano. «Ora dirai che non ci hai riflettuto. E invece sì. Dietro quest’apparenza franca e cordiale si nasconde un animo semplice. Ai tuoi occhi, l’istituzione è uno strumento benefico; per il mondo in generale, s’intende, e solo incidentalmente anche per te. Una supposta di zolfo e melassa, dai balsamici effetti spirituali, che somministri ogni autunno ai piccoli bastardi per farli resistere un altro inverno. E tu sei il caro, vecchio dottore che gli accarezza il capo benevolo, mentre si infila in tasca la parcella».

Finch rise di nuovo e scosse la testa. «Ti giuro Dave, quando prendi il via…».

3 – Lasciare una frase incompleta rende lo scambio più realistico. Si possono usare i puntini per dare l’idea di una pausa, o si può usare il trattino per troncare una parola del tutto, e dare l’idea di un’interruzione brusca. Esempio: «Ti avevo detto che stavo per fa-» e subito sotto inserire la battuta di un altro personaggio. Utile soprattutto per le scene di litigio o conversazioni animate.

Masters si mise in bocca il resto dell’uovo, masticò soddisfatto per qualche istante e tracannò un bel sorso di birra. «Ma vi sbagliate entrambi», disse. «L’università è un ospizio, o… come le chiamano adesso? Una casa di riposo, per vecchi e malati, per gli infelici, o gli inetti di ogni genere. Guardate noi tre. Siamo noi l’università. Un estraneo non si renderebbe conto di quanto abbiamo in comune, ma noi lo sappiamo bene. È vero o no? Lo sappiamo benissimo».

Finch non la smetteva di ridere. «E cosa abbiamo in comune, Dave?».

Sempre più preso dal suo discorso, Masters si avvicinò al tavolo con aria concentrata. «Cominciamo da te, Finch. Con tutto il rispetto, direi che di noi tre sei il più incompetente. Come sai tu stesso, non sei una cima, anche se questo c’entra solo in parte».

«Eccoci qua», disse Finch, sempre ridendo.

«Ma sei abbastanza intelligente, solo abbastanza, per capire che fine faresti, nel mondo reale. Sei votato al fallimento, e lo sai. Anche se sai comportarti da figlio di puttana, non sei così spietato da esserlo fino in fondo. Non sei certo l’uomo più onesto che abbia mai conosciuto, ma non sei neanche un campione di disonestà. Da un lato sei capace di lavorare, ma sei anche sufficientemente pigro per lavorare meno di quello che il mondo si aspetterebbe da te. D’altra parte non sei pigro abbastanza per imprimere sul mondo il segno della tua importanza. E non sei fortunato, no davvero. Non emani alcuna aura, hai sempre l’espressione un po’ spaesata. Nel mondo esterno saresti sempre sul punto di farcela, per poi finire vittima dei tuoi fallimenti. Quindi sei un predestinato, un eletto: la provvidenza, la cui ironia mi ha sempre divertito, ti ha strappato alle grinfie del mondo e ti ha piazzato qui, al sicuro, tra i tuoi fratelli».

Poi, sorridendo con aria malevola, si rivolse a Stoner. «Non credere di scappare, amico mio. Ora tocca a te. Chi sei tu, veramente? Un umile figlio della terra, come ti ripeti davanti allo specchio? Oh, no. Anche tu sei uno dei malati: sei il sognatore, il folle in un mondo ancora più folle di lui, il nostro Don Chisciotte del Midwest, che vaga sotto il cielo azzurro senza Sancho Panza. Sei abbastanza intelligente, di certo più del nostro comune amico. Ma in te c’è il segno dell’antica malattia. Tu credi che ci sia qualcosa qui, che va trovato. Nel mondo reale scopriresti subito la verità. Anche tu sei votato al fallimento. Ma anziché combattere il mondo, ti lasceresti masticare e sputare via, per ritrovarti in terra a chiederti cos’è andato storto. Perché ti aspetti sempre che il mondo sia qualcosa che non è, qualcosa che non vuole essere. Sei il maggiolino nel cotone, tu. Il verme nel gambo del fagiolo. La tignola nel grano. Non riusciresti ad affrontarli, a combatterli: perché sei troppo debole, e troppo forte insieme. E non hai un posto al mondo dove andare».

«E tu, allora?», chiese Finch. «Che ci dici di te?».

«Oh», disse Masters, poggiando la schiena alla sedia, «io sono come voi. Anzi, peggio. Sono troppo intelligente per il mondo, e me ne andrei anche in giro a dirlo; è una malattia incurabile, la mia. Per questo devo essere rinchiuso qui, dove posso comportarmi in modo irresponsabile senza alcun pericolo, senza far del male a nessuno». Poi si avvicinò di nuovo al tavolo, sorridendo agli altri.

«Siamo tutti miserabili buffoni, e siamo al freddo».

4 – Citazione letteraria. Qui ci viene data un indicazione sulla cultura del personaggioe sulle sue passioni. In un discorso, tutti noi, tendiamo a condividere le nostre passioni. Questo rende il personaggio più vivo e reale.

«Re Lear», disse serio Stoner.

«Atto terzo, scena quarta», aggiunse Masters. «E così la provvidenza, o la società, o il fato, comunque vogliate chiamarlo, ha costruito per noi questo rifugio, che ci protegge dai venti di tempesta. È per noi che esiste l’università, per i diseredati del mondo. Non per gli studenti, non per la disinteressata ricerca della conoscenza, né per le altre ragioni che sentite dire. Quelle sono solo una copertura, come quei pochi individui normali, idonei al mondo, che di tanto in tanto accogliamo tra noi. Ma è tutto fumo negli occhi. Come la Chiesa nel Medioevo, cui non interessava un fico secco né dei laici né di dio in persona, ci servono dei pretesti per sopravvivere. E sopravviveremo, perché così dev’essere».

Finch scosse la testa ammirato: «A sentire te, siamo proprio degli infami…».

«Forse sì», rispose secco Masters. «Ma per quanto infami, siamo sempre meglio di quelli che vivono lì fuori, nel fango, i poveri bastardi del mondo. Non facciamo del male a nessuno, diciamo quello che vogliamo, e addirittura ci pagano per farlo. Questo è un trionfo della virtù naturale, dannazione. O poco ci manca».

Masters si staccò dal tavolo con indifferenza, come se non fosse più interessato al discorso.

Gordon Finch si schiarì la gola. «Be’», disse sinceramente, «forse c’è del vero in quello che hai detto, Dave. Ma penso che hai esagerato. Direi proprio di sì».

5 – Anche i dialoghi come tutte le scene hanno bisogno di una conclusione. Quindi provate a chiuderli con una frase o un gesto che in qualche modo portano i personaggi ad un nuovo punto della narrazione. Inizia dal punto A (Masters che sfida i propri compagni in una riflessione) e conclude al punto B (Finch che si mostra in disaccordo)

Stoner e Masters si sorrisero, e quella sera non tornarono più sull’argomento. Ma per molti anni, e nei momenti più strani, Stoner ripensò spesso alle parole di Masters. Pur essendo estranee all’idea dell’università che aveva abbracciato, gli rivelavano qualcosa di importante sul suo rapporto con quei due uomini, ricordandogli l’amarezza limpida e corrosiva della gioventù.

6 – Ottima idea, prima di terminare la scena, riportare l’attenzione sul protagonista e raccontare delle sue riflessioni.

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E voi, cosa cercate in un buon dialogo? Preferite una lingua più tradizionale o colloquiale?

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